OTTANT'ANNI DALLA SCELTA DEL POPOLO

OTTANT'ANNI DALLA SCELTA DEL POPOLO

Il Referendum del 2 giugno 1946: quando l'Italia decise il proprio destino

A ottant'anni da quella storica consultazione, è doveroso ricordarne la grandezza, le contraddizioni e i protagonisti.

Un'Italia in macerie che voleva rinascere

Il 2 giugno 1946 l'Italia si alzò presto. Non era il normale mattino di un Paese ordinato: erano passati appena tredici mesi dalla fine di una guerra devastante, le macerie erano ancora calde, i reduci dai campi di prigionia non erano ancora tutti tornati a casa, e in molte zone del territorio nazionale le ferite di anni di conflitto non si erano ancora rimarginate. Eppure, in quella mattina di inizio estate, quasi venticinque milioni di italiani si mossero verso i seggi elettorali con una consapevolezza nuova, diversa, quasi solenne: per la prima volta nella storia del Paese, avrebbero scelto da soli, con la propria mano e in piena libertà, che forma dare alla propria nazione.

Era un atto rivoluzionario, nel senso più profondo del termine. Come avrebbe scritto con lucidità il grande giurista Piero Calamandrei, «mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà, che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re». Una frase che da sola vale un intero volume di storia costituzionale.

Il cammino verso il referendum: dalla dittatura alla democrazia

Per comprendere appieno il significato del 2 giugno 1946, occorre tornare indietro almeno al settembre 1943. Con l'armistizio e la conseguente dissoluzione dello Stato militare e istituzionale italiano, il Paese si era trovato in una condizione di totale vacuità di potere: il re e il governo fuggiti a Brindisi, Roma occupata dai tedeschi, l'esercito sbandato, e un Paese dilaniato da quasi due anni di guerra sul proprio territorio.

La questione istituzionale, monarchia o repubblica, era rimasta in sospeso per tutta la fase della liberazione. Le forze del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) erano divise: i partiti di sinistra (comunisti, socialisti, azionisti) spingevano compattamente per la repubblica; la Democrazia Cristiana era spaccata al suo interno, con una parte significativa che guardava ancora alla corona; i liberali erano in ordine sparso. Perfino potenze straniere avevano voce in capitolo: gli americani, con la prudenza del caso, si inclinarono discretamente per la repubblica; Churchill preferiva la monarchia come fattore di stabilità.

Il decreto legislativo luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, emanato dal governo Bonomi appena dopo la liberazione di Roma, aveva stabilito che al termine della guerra si sarebbe tenuta un'Assemblea Costituente per ridare al Paese una carta fondamentale. Solo successivamente, con il decreto del 16 marzo 1946 del governo De Gasperi, fu deciso di affidare a un referendum popolare diretto la scelta tra monarchia e repubblica.

La data fu fissata al 2 giugno 1946. Gli italiani avrebbero votato contemporaneamente sul referendum istituzionale e per eleggere i membri dell'Assemblea Costituente.

Il "Re di Maggio": la figura di Umberto II, un re che meritava un destino diverso

Affrontare il referendum del 2 giugno 1946 senza dare il giusto peso alla figura di Umberto II sarebbe un errore storico e, prima ancora, un'ingiustizia umana.

Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia nacque il 15 settembre 1904 a Racconigi, in provincia di Cuneo. Figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, fu educato secondo la rigida tradizione militare della Casa Savoia. Si laureò in giurisprudenza all'Università di Padova nel 1925, conseguendo al tempo stesso il grado di tenente all'Accademia militare di Modena. Nel 1930 sposò Maria José del Belgio, principessa di carattere progressista e aperta, che avrebbe rappresentato per lui una compagna intellettuale ben più moderna di quanto l'ambiente di corte permettesse.

E qui sta il nodo tragico della sua vicenda: Umberto fu un principe moderno, profondamente distante dalle scelte più nefaste del padre, costretto però a subirle e a portarne il peso per il solo fatto di portarne il cognome.

Quando Mussolini marciò su Roma nell'ottobre 1922, Vittorio Emanuele III aprì le porte del Quirinale al fascismo. Quando Matteotti fu assassinato nel 1924, il re non intervenne. Quando furono promulgate le infami Leggi Razziali del 1938, Vittorio Emanuele III le firmò senza battere ciglio.

Umberto fu quasi sempre contrario a queste decisioni. Lo sapevano in tanti, inclusi i giornali stranieri: nel 1939 il Daily Mirror aveva pubblicato un articolo dal titolo "Il Duce spedisce il principe in esilio", notando che «il principe ereditario non ha mai nascosto la sua opposizione al fascismo». Ma il rispetto filiale e la rigida gerarchia sabauda gli impedirono di prendere pubblicamente posizione contro il padre. Questo silenzio, doveroso per lui e fatale per la sua reputazione storica, lo condannò a essere giudicato con lo stesso metro di Vittorio Emanuele III.

Quando nel giugno 1944 il re cedette il potere effettivo nominandolo Luogotenente Generale del Regno, Umberto cercò in ogni modo di dare un segnale di discontinuità: viaggiò per l'Italia liberata, si avvicinò al popolo, cercò di costruire un'immagine moderna della monarchia. L'11 maggio 1946, con l'abdicazione del padre, salì finalmente al trono come Umberto II, ma era già troppo tardi. Il gesto fu letto dall'opinione pubblica come una mossa disperata per salvare la corona, non come un autentico rinnovamento.

Il suo regno durò quaranta giorni. Quaranta giorni per regnare su un Paese esausto, sospettoso, che non riusciva a separare la persona di Umberto dalle colpe della sua dinastia. Eppure, in quei quaranta giorni, Umberto dimostrò la sua statura morale in modo inequivocabile.

Quando il 10 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò la vittoria della Repubblica, nel Paese aleggiavano voci di colpo di Stato: si diceva che elementi monarchici stessero cercando di coinvolgere il re in un tentativo di rovesciamento del governo De Gasperi. Umberto rifiutò categoricamente. Quando il Consiglio dei Ministri, in un atto che lui stesso definì "rivoluzionario" e anticipato rispetto alla proclamazione definitiva della Cassazione, trasferì il 13 giugno le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio, Umberto avrebbe potuto appellarsi alle forze armate, poteva far leva sulla fedeltà di parte dei carabinieri e dei monarchici del Sud. Non lo fece.

Lasciò un proclama che era al tempo stesso un atto d'accusa contro quella che considerava una forzatura istituzionale, e una nobile concessione alla pace civile: «Lascio l'Italia per non essere causa di ulteriore spargimento di sangue». Sciolse dall'obbligo di fedeltà alla corona tutti coloro che lo avevano prestato. Poi salì sull'aereo all'aeroporto dell'Urbe e partì per Cascais, in Portogallo, sotto il nome di conte di Sarre. Come aveva fatto il suo antenato Carlo Alberto dopo Novara, come avevano fatto tanti sovrani europei costretti dall'inesorabile corso della storia.

Non sapeva, quel pomeriggio del 13 giugno, che non avrebbe mai più visto l'Italia. Pensava, come molti regnanti europei che avevano poi recuperato il trono, che l'esilio sarebbe stato temporaneo. Invece, l'articolo XIII delle Disposizioni Transitorie e Finali della Costituzione della Repubblica, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, dispose il divieto permanente di ingresso e soggiorno in Italia per gli ex sovrani di Casa Savoia, le loro consorti e i loro discendenti maschi. Una norma che i suoi sostenitori avrebbero sempre considerato eccessiva e vendicativa, e che il Parlamento abrogò solo nell'ottobre del 2002 — diciannove anni dopo la morte di Umberto, avvenuta il 18 marzo 1983 in una clinica di Ginevra, dove aveva trascorso i suoi ultimi giorni gravemente malato, con il desiderio espresso fino all'ultimo di poter morire in Italia.

Il grande merito che la storia, spesso avara nei confronti di chi perde, dovrebbe riconoscere ad Umberto II è questo: avrebbe potuto scatenare una guerra civile. Non lo fece. La sua partenza silenziosa e dignitosa fu l'atto più nobile e più italiano della sua vita. Un re che amava la sua patria abbastanza da sacrificare il proprio trono alla sua pace.

Nel testamento dispose, tra le sue ultime volontà, il lascito della Sacra Sindone al Papa e dell'Archivio Storico di Casa Savoia allo Stato Italiano.

Fino alla fine, aveva pensato all'Italia.

I numeri di una scelta: l'Italia spaccata in due

Il 2 e 3 giugno 1946, gli italiani si recarono alle urne in masse che stupirono il mondo. Su 28.005.449 aventi diritto al voto, si presentarono ai seggi 24.946.878 cittadini: una partecipazione dell'89,08%, che nessuna democrazia occidentale avrebbe raggiunto per decenni. Votavano per la prima volta in egual misura uomini e donne — una conquista epocale, poiché le donne italiane avevano ottenuto il suffragio solo nel marzo 1945, e questa era la loro prima consultazione nazionale.

Sui 23.437.143 voti validi, la Repubblica ottenne 12.718.641 suffragi, pari al 54,27%. La Monarchia ne raccolse 10.718.502, il 45,73%. Un margine di circa due milioni di voti, significativo ma non schiacciante.

Un'Italia divisa in due.

La spaccatura aveva una geografia precisa e drammatica. In tutte le province a nord di Roma, tranne Padova, Cuneo e Bergamo, vinse la Repubblica. In tutte le province del Centro-Sud, tranne Latina e Trapani, vinse la Monarchia. Ma questa fotografia a grandi linee nasconde sfumature importanti: anche nel Nord esistevano territori che votarono per il re, esprimendo un attaccamento alla tradizione e all'istituzione monarchica che non si esauriva nelle latitudini meridionali.

In Piemonte, culla dei Savoia, la Repubblica ottenne il 57%. In Lombardia raggiunse il 64% complessivo. In Toscana arrivò al 71%. Il Trentino, con l'85% di consensi repubblicani, fu la regione più convintamente orientata verso la nuova forma di Stato. Il primato monarchico spettò invece a Napoli, dove la corona raccolse il 79% dei voti.

Bergamo e la sua provincia: una città contro la sua terra

Il caso bergamasco è tra i più interessanti e meno conosciuti del referendum del 1946, e merita una riflessione attenta perché smonta il mito semplificatorio di un Nord monoliticamente repubblicano.

La città di Bergamo votò per la Repubblica, ma con un margine esiguo. La provincia, invece, si espresse a maggioranza monarchica: 167.443 voti per il re contro 162.535 per la Repubblica. Una differenza di circa cinquemila voti, ma sufficiente a consegnare la Bergamasca tra quei territori del Nord che, controcorrente rispetto alla media lombarda, scelsero di mantenere la fedeltà alla corona.

Come si spiega questo dato? La provincia di Bergamo era, ed è, un territorio di profonda tradizione cattolica e di radicata cultura contadina e artigiana, dove il legame con le istituzioni tradizionali, con l'ordine costituito, con la continuità storica era sentito in modo viscerale. La Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa in tutta la zona, non aveva dato indicazioni di voto univoche sul referendum, e la parte più conservatrice del suo elettorato, particolarmente presente nei comuni della pianura e delle valli, aveva manifestato una naturale affinità con la monarchia. Questa era vista come garanzia di stabilità, come istituzione al di sopra dei partiti, come simbolo di un'Italia che non voleva recidere i propri legami con il passato.

La città, con il suo ceto operaio, i professionisti, gli intellettuali, i commercianti più proiettati verso il futuro, votò diversamente. Ma la campagna, i borghi, i comuni della Bassa e delle valli bergamasche restarono fedeli al re. Il capoluogo e il suo territorio espressero due anime profonde di un'Italia che non era affatto monolitica.

Madone: un comune fedele alla corona

Madone appartiene a pieno titolo a quella Bergamasca rurale e cattolica che nel giugno del 1946 scelse la Monarchia.

I risultati furono 319 voti Monarchia e 201 Repubblica.

Non fu una scelta di retroguardia né di ignoranza politica: fu la scelta consapevole di una comunità che identificava nella corona un punto di riferimento stabile in un momento di straordinaria incertezza.

Pensate al contesto in cui quei cittadini — agricoltori, artigiani, piccoli commercianti, donne che votavano per la prima volta nella vita — si avvicinarono alle urne. L'Italia usciva da anni di guerra, dall'occupazione tedesca, dai bombardamenti, da una crisi economica devastante. In questo scenario, la monarchia rappresentava per molti una continuità rassicurante: era l'istituzione che aveva unito l'Italia nel 1861, che aveva guidato il Paese attraverso la Prima Guerra Mondiale, che era legata alla memoria dei padri e dei nonni. Certo, Vittorio Emanuele III aveva commesso errori gravissimi ma per molti elettori cattolici della provincia bergamasca, quegli errori erano stati quelli del re padre, non della monarchia come istituzione. E Umberto II sembrava incarnare la promessa di un rinnovamento possibile.

Le polemiche e le ombre: un referendum non senza controversie

La storia non ammette santificazioni acritiche, e il referendum del 2 giugno 1946 non fa eccezione. Accanto alla grandezza dell'evento, ci furono ombre, polemiche e questioni mai completamente risolte che sarebbe disonesto ignorare.

Il caos dei primi risultati. La proclamazione degli esiti fu quanto di meno limpido si potesse immaginare. I primi dati arrivarono il 4 giugno e sembravano indicare un vantaggio monarchico. Durante la notte tra il 4 e il 5, la Repubblica passò in testa; il 10 giugno la Corte di Cassazione proclamò il risultato ufficiale. Ma anziché chiudere la questione, la Cassazione usò una formula dubitativa che rinviava il giudizio definitivo al 18 giugno, dopo l'esame delle contestazioni. Questo periodo di incertezza di ben sedici giorni alimentò sospetti, voci e tensioni pericolose.

La questione dei brogli. I monarchici denunciarono con veemenza presunte irregolarità. Le accuse riguardavano schede manomesse, pressioni sugli elettori, mancata inclusione di voti validi. La Corte di Cassazione esaminò tutti i ricorsi e li respinse: le contestazioni non trovarono conferma nelle verifiche formali. Tuttavia, il clima di quei giorni era talmente carico che la semplice accusa contribuì a creare una frattura di legittimità che avvelenò per anni il rapporto tra una parte degli italiani e la nuova Repubblica.

La rottura della tregua istituzionale. Un episodio che ancora oggi divide gli storici è la decisione del governo De Gasperi di assumere le funzioni di Capo dello Stato il 13 giugno, prima della proclamazione definitiva del 18 giugno. Umberto II definì questo atto "rivoluzionario" e lo protestò formalmente. La questione della legittimità procedurale del passaggio di poteri rimase aperta, e la scelta di De Gasperi — pur politicamente comprensibile nella volontà di evitare un pericoloso vuoto di potere — fu tecnicamente anticipata rispetto al termine ufficiale.

I voti mancanti. Non tutti gli italiani poterono votare. I militari ancora prigionieri di guerra nei campi alleati, compresi quelli detenuti negli Stati Uniti; gli internati in Germania che stavano lentamente rientrando; i cittadini della provincia di Bolzano, ancora sotto amministrazione militare alleata dopo essere stata annessa alla Germania con la RSI; quelli della circoscrizione Trieste-Venezia Giulia-Zara, in una zona di conflitto diplomatico con la Jugoslavia. Erano centinaia di migliaia di italiani che, per le circostanze della guerra, non poterono partecipare a una consultazione che pure li riguardava in modo diretto.

L'amnistia di Togliatti. Forse l'amarezza più bruciante del dopoguerra democratico non fu nella procedura referendaria, ma in ciò che seguì quasi immediatamente. Pochi giorni dopo la proclamazione della Repubblica, Palmiro Togliatti — ministro della Giustizia nel governo De Gasperi — emanò la tristemente famosa amnistia che portò alla scarcerazione di migliaia di fascisti, consentendo loro di tornare a occupare posizioni di potere nell'amministrazione e nella pubblica vita. L'entusiasmo per la nascita della Repubblica si incrinò quasi subito di fronte a questa realtà.


Il significato di ottant'anni dopo

Guardiamo a quell'estate del 1946 con gli occhi di chi sa come andò a finire: l'Italia costruì una Costituzione tra le più belle e garantiste del mondo, la democrazia e la libertà di stampa furono riconquistate, il Paese conobbe il miracolo economico e divenne protagonista nel cuore dell'Europa unita. La Repubblica ha retto per ottant'anni, attraverso terrorismo, crisi economiche, scandali, prove che avrebbero potuto distruggerla.

Ma quella solidità non fu un dono del cielo. Fu il prodotto di una scelta fatta da milioni di donne e uomini che, con una scheda in mano, decisero di scommettere sul proprio futuro collettivo. Anche chi votò per la Monarchia, come accadde a Madone e in gran parte della Bergamasca, contribuì con la sua partecipazione e con il suo rispetto del risultato a rendere quella Repubblica legittima e vitale. La democrazia non vive dell'unanimità: vive del dissenso civile, del rispetto della minoranza, della lealtà alle istituzioni anche quando il voto non va nel verso che si sperava.

A ottant'anni da quella data, la Bergamasca monarchica del 1946 è la stessa terra che oggi celebra la Festa della Repubblica. Non è una contraddizione: è la prova più alta di cosa significhi essere cittadini in una democrazia matura.

E forse, in questa memoria, c'è anche lo spazio per una riabilitazione piena e serena di Umberto II di Savoia: non il re di una dinastia corrotta, non il complice delle nefandezze del padre, ma un uomo che cercò di fare il bene della sua nazione nei quaranta giorni che il destino gli concesse, e che la lasciò, con dolore ma con dignità, per non trasformare la sua presenza in scintilla di guerra civile.

La storia, lenta ma tenace, sa essere giusta.

 

Autore: Andrea Locatelli (Presidente ANCR sezione di Madone)

Data di pubblicazione: 2 giugno 2026

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